Q U E S T U A Gli altri racconti di Andrea Testa

Capì esattamente cosa fossero disprezzo e indifferenza.
Lo guardavano inevitabilmente dall’alto e dall’alto lanciavano la moneta che non sempre andava a bersaglio nel vecchio cappello rivoltato. Qualcuno gli rivolgeva parole come vai a lavorare o che schifo, parassita e qualcun altro aveva invece un sorriso, una parola di conforto; una esigua minoranza. Nessuno lo guardava in viso, nessuno incontrava il suo sguardo, nessuno si sarebbe mai ricordato della sua espressione.La signora con la schiena ricurva e l’odore di lacca per capelli gli aveva offerto un panino.Come mai – aveva bisbigliato – un bel giovane piazzato come te non riesce a trovare un lavoro?
Non aveva potuto rispondere.
Sentiva il freddo dello scalino di marmo che lo ospitava insinuarsi tra le cuciture del jeans ed arrivare senza pietà alla carne ormai appiattita del posteriore.Avvertiva dal basso l’odore degli scarichi di vetture che passavano a meno di due metri da viso e polmoni.Vedeva sfilare una serie di gambe più o meno veloci, più o meno slanciate, poche mani e pochi visi.
Dopo giorni di studio e osservazione del passaggio e dei flussi di gente, dopo un’ accurata scelta della visuale, aveva optato per lo scalino marmoreo di una palazzo che ospitava una serie di uffici di poco conto. Da due settimane indossava gli stessi abiti, non si radeva, cercava di sembrare il più trasandato possibile. Trasandato lo stava effettivamente diventando.
Eppure il suo “fisico piazzato” non era sfuggito alla vecchia del panino.
Un gruppo di ragazzi aveva giocato a calcetto il con il suo berretto spargendo spiccioli per tutto il marciapiede. Il freddo iniziava ad avvolgere i piedi e a farsi sentire sulle dite delle mani.Continuava a fissare l’edificio dall’altra parte del traffico, dei passanti, della strada. 
Il portone era rimasto chiuso durante tutto il periodo.
L’unica finestra che vedeva dal suo scalino era l’unica che gli interessava realmente.
Si era sdraiato tra i cartoni di un grosso televisore al plasma che da poco aveva acquistato.
Si era riposato con almeno un occhio sempre vigile sotto il plaid che per anni aveva conservato nel baule posteriore delle diverse auto possedute senza mai averlo utilizzato.Aveva sentito le grida degli ubriachi, la musica distorta e lontana scappare dai locali, i rumori dei motori sfogarsi sulle strade disertate della notte.Si era rifugiato in una nuova dimensione in bilico tra l’umiltà e la noia, la povertà e il dolce far niente. Doveva semplicemente star lì e osservare. Era sotto gli occhi di tutti e per questo nessuno lo notava. Eppure lui vedeva qualsiasi movimento.
L’uomo con cappello e cappotto impeccabile si avvicinò al portone dall’altra parte della strada con un passo lento. Il rumore delle chiavi tra le mani tremanti tradivano la sua apparente calma.
Non sentiva più il freddo perché l’adrenalina improvvisa cambia in un lampo ogni sensazione. Scivolò sullo scalino impugnando la pistola, tenendola nascosta dentro il berretto rivoltato.
Si alzò di scatto e attraversò la strada approfittando del rosso del semaforo. Entrò nell’atrio del palazzo proprio un passo dietro all’uomo nella sua ineccepibile eleganza. Lo colpì con il calcio della pistola facendolo cadere ai piedi delle buchette d’ottone. Si guardarono negli occhi. Il silenziatore della pistola prolungava l’arma facendo apparire la morte inevitabile.
Il rumore del portone che si chiudeva precedette di un solo istante il sibilo dell’arma.
Guardò quei pochi spiccioli ancora nel cappello e sorrise pensando che avrebbe conservato quelle monete per non dimenticare la vita da accattone
Lasciò alle spalle la morte, il portone, l’elemosina e il suo plaid in attesa di un nuovo incarico.

A N D R E A T E S T A
A U T O R E I M I E I R A C C O N T I I M I E I L I B R I C O S A D I C O N O D I M E
G L I E V E N T I L I N K L E F O T O C O N T A T T @ M I

cappellobianco.jpg