Capì esattamente cosa fossero disprezzo e
indifferenza.
Lo guardavano inevitabilmente dall’alto e dall’alto lanciavano
la moneta che non sempre andava a bersaglio nel vecchio cappello rivoltato.
Qualcuno gli rivolgeva parole come vai a
lavorare o che schifo, parassita e qualcun altro aveva invece
un sorriso, una parola di conforto; una esigua minoranza. Nessuno lo guardava in
viso, nessuno incontrava il suo sguardo, nessuno si sarebbe mai ricordato della
sua espressione.La signora con la schiena ricurva e l’odore di lacca per capelli
gli aveva offerto un panino.Come mai – aveva bisbigliato – un bel giovane
piazzato come te non riesce a trovare un lavoro?
Non aveva potuto
rispondere.
Sentiva il freddo dello scalino di marmo che lo ospitava
insinuarsi tra le cuciture del jeans ed arrivare senza pietà alla carne ormai
appiattita del posteriore.Avvertiva dal basso l’odore degli scarichi di vetture
che passavano a meno di due metri da viso e polmoni.Vedeva sfilare una serie di
gambe più o meno veloci, più o meno slanciate, poche mani e pochi visi.
Dopo
giorni di studio e osservazione del passaggio e dei flussi di gente, dopo un’
accurata scelta della visuale, aveva optato per lo scalino marmoreo di una
palazzo che ospitava una serie di uffici di poco conto. Da due settimane
indossava gli stessi abiti, non si radeva, cercava di sembrare il più trasandato
possibile. Trasandato lo stava effettivamente diventando.
Eppure il suo
“fisico piazzato” non era sfuggito alla vecchia del panino.
Un gruppo di
ragazzi aveva giocato a calcetto il con il suo berretto spargendo spiccioli per
tutto il marciapiede. Il freddo iniziava ad avvolgere i piedi e a farsi sentire
sulle dite delle mani.Continuava a fissare l’edificio dall’altra parte del
traffico, dei passanti, della strada.
Il portone era rimasto chiuso durante
tutto il periodo.
L’unica finestra che vedeva dal suo scalino era l’unica che
gli interessava realmente.
Si era sdraiato tra i cartoni di un grosso
televisore al plasma che da poco aveva acquistato.
Si era riposato con almeno
un occhio sempre vigile sotto il plaid che per anni aveva conservato nel baule
posteriore delle diverse auto possedute senza mai averlo utilizzato.Aveva
sentito le grida degli ubriachi, la musica distorta e lontana scappare dai
locali, i rumori dei motori sfogarsi sulle strade disertate della notte.Si era
rifugiato in una nuova dimensione in bilico tra l’umiltà e la noia, la povertà e
il dolce far niente. Doveva semplicemente star lì e osservare. Era sotto gli
occhi di tutti e per questo nessuno lo notava. Eppure lui vedeva qualsiasi
movimento.
L’uomo con cappello e cappotto impeccabile si avvicinò al
portone dall’altra parte della strada con un passo lento. Il rumore delle chiavi
tra le mani tremanti tradivano la sua apparente calma.
Non sentiva più
il freddo perché l’adrenalina improvvisa cambia in un lampo ogni sensazione.
Scivolò sullo scalino impugnando la pistola, tenendola nascosta dentro il
berretto rivoltato.
Si alzò di scatto e attraversò la strada approfittando
del rosso del semaforo. Entrò nell’atrio del palazzo proprio un passo dietro
all’uomo nella sua ineccepibile eleganza. Lo colpì con il calcio della pistola
facendolo cadere ai piedi delle buchette d’ottone. Si guardarono negli occhi. Il
silenziatore della pistola prolungava l’arma facendo apparire la morte
inevitabile.
Il rumore del portone che si chiudeva precedette di un solo
istante il sibilo dell’arma.
Guardò quei pochi spiccioli ancora nel cappello
e sorrise pensando che avrebbe conservato quelle monete per non dimenticare la
vita da accattone
Lasciò alle spalle la morte, il portone, l’elemosina e il
suo plaid in attesa di un nuovo incarico.