Odeon di Andrea Testa - pubblicato all'interno
della rivista culturale bilingue / zweisprachige Kulturzeitschrift Vissidarte 2
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Seduto
in una di quelle piccole, sobrie poltrone di un cinema ormai lontano dagli
standard moderni, con i rivestimenti di un velluto elegantissimo, e l’odore di
tempi che ormai non tornano più. Tutta la sala occupata, pronta, vivida, carica
di aspettative, brulicante di gente che ingoia uno dopo l’altro film a raffica
senza nemmeno digerirli. Atmosfera piacevole, rilassata, espressioni distese.
Una ventina di teste sconosciute davanti alla mia e una
serie di facce che non distinguo dietro le mie spalle. Non so cosa stia per
iniziare, “un biglietto”
ho detto, senza nemmeno costatare che la trama fosse esaltante, l’attrice
bella e sensuale, il regista vincitore di un qualche importante premio. Non
avevo la minima intenzione di finire qui dentro, ma la folla dietro la strada
era davvero invitante e il luogo ideale.
Ed eccomi qui, sistemato
tra due coppiette disgustosamente ingorde di pop-corn, bicchierone gigante da
tre, quattro euro.
La poltroncina è scomoda, inizio a diventare impaziente.
Il bisbiglio di fondo termina, calano le luci ed appaiono le
montagne della Paramount. Scorrono veloci i titoli di un film che non ho scelto,
i nomi di attori che non conosco, e anche se il ritmo della colonna sonora è
veramente incalzante, io non sono assolutamente interessato. Non sono qui per
bere Coca-Cola né tanto meno per carezzare timidamente la gamba della mia
compagna, per mangiare liquirizie o per capire se il protagonista merita quel
cazzo di Oscar. Inizio a sudare, inizio a sudare perché sono fermo da
almeno cinque minuti. Odio stare fermo, lo odia anche il mio
corpo.
La
scena si dipana all’interno di uno di quegli uffici che vivono esclusivamente
nelle realtà americane; un mare di impiegati con la camicia bianca, ognuno nel
suo mini box con un computer a schermo piatto della prossima generazione e una
stampante ultramoderna. Pannelli divisori bianchi panna, persone perfettamente
curate, uomini appena rasati, colletti candidi, giacche stirate.
Quasi mi dimentico che del film non mi importa assolutamente niente,
quasi mi dimentico che dietro la schiena ho la mia beretta con due caricatori da
quindici colpi.
Mi alzo in piedi, deciso, improvvisamente. Non
sudo più. Dalle bocche di quelle sconosciute facce alle mie spalle escono i
primi lamenti: non riescono a seguire l’azione.
Ed è proprio su
quelle facce che scarico il mio primo caricatore, senza alcuna esitazione, colpo
dopo colpo, in un attimo, trasformando stupore in dolore, curiosità in
disperazione, sabato sera in tragedia.
Il secondo caricatore mi
serve per colpire alla spalle le persone accalcate alla porta in preda al
panico, terrorizzate, mentre tentano la fuga. Nessun rimpianto. Forse
avrei dovuto scegliere un cinema più grande.
L’ultimo colpo è
per me.