Il
racconto è stato inserito nella rivista semestrale DELITTI DI CARTA anno XI n.9/10
novembre 2007-maggio 2008 stampata a febbraio 2009
Era
l’unica soluzione per risolvere quello strano caso.
O meglio. Era l’unico
tentativo in cui valeva la pena di sperare. Se quell’ uomo abitualmente
frequentava la chiesa, se ogni domenica l’assassino si concedeva quei quaranta
minuti di apparente normalità per pregare i suoi dei, anche quella cavolo di
mattina sarebbe stato lì tra la gente, più agitato forse, stanco, ma presente.
Probabilmente erano solo speranze, i ragionamenti banali, ovvi e scontati, di
chi crede di essere più intelligente degli altri e che proprio per questo non
arriva da nessuna parte. Ma era ciò che riuscivo a fare, questi i miei passaggi
mentali dopo settimane senza chiudere occhio, alla caccia di un fantasma che
uccide senza pietà la gente del paese. Giravo come un vecchio segugio da film
con la barba incolta, gli sguardi attenti e l’espressione persa a cercare di
ricucire i perché, fortemente distratto dalla mia presunzione che stavolta non
mi aveva aiutato a risolvere il caso. Sentivo il peso della mia pistola sui
pantaloni dietro la schiena e l’idea di entrare armato in chiesa mi rendeva
ancora più agitato. Lo avevano descritto come un personaggio scaltro ma
instabile e quindi eccessivamente pericoloso, proprio per la sua capacità di
stupire, se pur con azioni di efferata violenza. Nessun filo logico, nessuna
stessa matrice, nessun apparente motivo. Una donna, tre bambini, un cane, e
Mario, il caporeparto del nostro supermercato. Questo era l’ordine della sua
follia che seminava sangue in maniera disordinata, in modi diversi, in ore
diverse, ma sempre all’interno del nostro paese. Inizialmente era sembrato un
caso disarmante per la sua semplicità.
La
donna trovata senza testa all’interno della sua villa, nessun segno di
effrazione, scasso, lite, nessun testimone che avesse notato persone diverse, ci
davano la certezza che l’assassino dovesse essere uno del paese. Non sembrava
essere una questione complessa in un centro di mille anime, incluse donne
bambini. Eppure, lo stato di allerta di ognuno di noi, l’attenzione con cui la
gente si spostava tra le strade del paese, non aveva potuto evitare ulteriori
quattro omicidi,
differenti per metodologia, uguali per violenza e follia. L’ultimo
addirittura era avvenuto in pieno giorno, all’ interno del negozio alimentari
del paese, sotto gli occhi di decine di persone che non avevano assolutamente
visto niente. Mario era stato colpito sul fianco con un cacciavite lungo almeno
trenta centimetri, era crollato tra le scatole metalliche del mais e nessuno
aveva notato niente. Avevo tentato di sembrare sicuro con la gente, sperando che
la mia fermezza avrebbe potuto agitare lo spietato assassino. Avevo speso
energie, ipotesi e teorie complesse, ed ora mi trovavo solo quella squallida,
unica speranza di scoprire, anche senza saperlo, vicino a me il mio uomo, di
sentirne l’odore acre della crudeltà, intuirne la violenza, incrociarne i
pensieri, le ansie. Non era come sempre. Per la prima volta cercavo di farmi
guidare da un istinto che avevo sempre sotterrato coi passaggi razionali della
mia mente contorta. Sentivo che sarebbe andata in un certo modo, sentivo che
dovevo portarmi lì dentro; ora dovevo semplicemente cercare di decifrare quello
che la mia mente, mediante una strana alchimia, già aveva intuito. Avrei potuto
fregarmene di un caso irrisolto, avrei potuto comunque vantarmi dei miei meriti
passati, delle mia vittorie. Non ero tanto generoso da sperare di risolvere quel
mistero per liberare la gente da un tale incubo. Ero semplicemente troppo
egoista da potermi permettere di essere sconfitto. E proprio mentre il sorriso
del mio narcisismo tornava a disegnarsi sul mio viso, proprio mentre varcavo la
porta che dalla sacrestia portava sulla navata laterale, sentii la lama gelida
di quel coltello entrarmi alla base della schiena. Cadendo vidi il volto di quel
prete che si affrettava ad indossare la sua sottoveste. Avevo risolto il
caso.