(Tiro Rapido 2006 – Bologna 06/11/2006 – Traccia:
1945-2006: La resa dei Conti - A Fior di Labbra di Andrea Testa)
Il
racconto è stato inserito nella rivista semestrale DELITTI DI CARTA anno X n.7/8
novembre 2006-maggio 2007 stampata a fine 2007
Si sorprese a sorridere.
In
bocca aveva il sapore amaro dell’epilogo e del tentativo mal riuscito di non
cadere nella bottiglia. Era un uomo finito. Era un uomo, questo era
certo. Rideva con il gusto della delusione e con gli occhi lucidi del padre
ferito.
Si sorprese a riflettere, lui che era stato abituato a
decidere prima di vagliare le possibilità. Si guardava intorno come se per la
prima volta si trovasse ad analizzare le pareti della sua stanza. Gli occhi si
fermavano su ogni dettaglio; la foto di New York su legno Ikea, quella della
casa di “Ernest” a Key West, lo specchio regalo di nozze, le crepe sui muri
ingialliti. La mente però sorvolava, i percorsi del suo ragionare erano ben
altri.
Si sorprese ad afferrare la sua Beretta e a stringerla
talmente tanto da disegnargli sul palmo le righe dell’impugnatura. Era calmo
nell’animo, calmo nella mente ma con il corpo sudato e freddo per l’agitazione.
Non era più un ragazzo. I suoi sessantuno anni lo giudicavano dall’alto
dell’esperienza che in quel momento non trovava dentro al suo cuore.
Un carabiniere lo si esige freddo, pronto, scaltro. Lo si
chiama e lo si desidera reattivo, di ghiaccio, per nulla turbato dagli eventi.
Risolutivo. Lui non era tra la gente. Era a casa sua, nel suo regno e
poteva permettersi una qualsiasi debolezza. Poteva perfino permettersi di
piangere, di gridare, di mandare a quel paese l’Arma e la sua divisa. Gli era
concesso di sciogliersi, di tremare, di puntare la pistola verso la parete,
verso se stesso.
Un padre in divisa è chiamato
inconsapevole sul luogo del delitto di suo figlio. Un uomo nudo, di spalle,
riverso nel suo stesso rosso, in un angolo di città che non avrebbe mai
collegato al sangue del suo sangue. Aveva riconosciuto quel tatuaggio,
immediatamente, ed aveva sentito pietrificarsi le gambe, respirare il cuore,
scoppiare i pensieri, piangere quegli occhi di ghiaccio. Aveva odiato gli
scarabocchi con cui il “piccolo” amava fregiasi durante i suoi viaggi. Quei
disegni però parlavano inequivocabilmente di lui e gli era bastato uno
sguardo.
Si sorprese padre, indifeso, sguarnito. Non era più
comandante, non era più un esterno. Non era più risolutivo. Erano stati i
secondi più lunghi ed intensi della sua carriera. Si era appoggiato alla spalla
del suo giovane collega e lo aveva pregato con un cenno di non dire niente, di
non esitare, tentennare, di non soffrire per lui. Era entrato in
quella stanza ed aveva scoperto il figlio morto ed omosessuale. Non
ne sapeva niente. Lo avrebbe accettato forse. Ne avrebbero parlato. Ci avrebbe
riflettuto. Ed invece il suo lavoro aveva deciso di fargli un ulteriore regalo.
Aveva deciso di svelargli così le debolezze di una vita spezzata, di colpirlo al
petto più e più volte. Il corpo era lì, sdraiato tra foto squallide e
compromettenti, tra sperma e sangue.
Si sorprese
improvvisamente solo. E fragile. Certezze? Fino a quel momento. Poi più.
Osservava i segni dei gomiti appoggiati sulle cosce e continuava a girare con
gli occhi gli angoli della sua casa. Ogni cantone gli parlava dei suoi errori,
delle sue mancanze, dei suoi orrendi sbagli di padre. Quali responsabilità
avrebbe dovuto affrontare? Quelle di genitore? Quelle da maresciallo dei
carabinieri ad un soffio dalla pensione? E che senso aveva arrestare il
colpevole? Gli avrebbero restituito in premio il figlio accoltellato? Un
articolo di giornale e una stretta di mano lo avrebbero fatto rinsavire?
Si sorprese risollevato dal trillo del cellulare.
“Ci muoviamo…”
“Perfetto. Mandami l’auto, sono pronto
in tre minuti.”
Non era pronto per niente. Aveva il terrore di
trovarsi di fronte alle sue debolezze, alla sua ira, alla sua violenza che più
volte aveva potuto esperire sulla pelle degli altri. In tre minuti doveva
allontanare i fantasmi, togliersi la maschera del fallito ed indossare le vesti
del segugio, del risolutore. In tre minuti doveva sorprendersi ancora una volta
capace a voltare pagina, a passarci sopra, a far finta di niente.
“Sei sicuro di sentirtela?”
“Certo. E’ il mio
lavoro.”
“Era anche tuo figlio però. Nessuno potrebbe biasimarti
se…”
“Non saprei che scusa trovare con me stesso. Non ti
preoccupare.”
“A tra poco allora. Vengo io a prenderti.”
“Grazie.”
Si sorprese indeciso su che jeans indossare.
Aveva inconsciamente voglia di pensare ad altro per quei tre minuti. Si perse
all’interno della cabina armadio mentre valutava i colori delle camicie, la
bontà della stiratura, il disegno delle sue cinture di pelle. Niente divisa
oggi. Niente divisa da quel giorno ormai. Le indagini erano state fulminee,
efficaci e lo avevano portato in ambienti che mai avrebbe immaginato di
esplorare. I suoi colleghi avevano dato il massimo trascurando le mogli più del
solito; si erano stretti intorno al suo dolore intensificando i controlli,
aprendo le orecchie come non mai, movendosi camaleontici in ambienti difficili,
perversi, spesso viscidi. Mise la pistola dietro la schiena e mentre
si guardava allo specchio rivide per un attimo gli occhi profondi di suo figlio.
Sapeva di essere in debito con lui. Sapeva di doverlo proteggere dopo la morte
come non aveva saputo fare in vita. Sapeva che l’arresto non avrebbe potuto
redimerlo. Non poteva espiare così facilmente gli errori di padre. Sentiva
mescolarsi nella sua razionalità pensieri senza senso. Iniziavano a confondersi
le immagini di un bambino trovato poi adulto volto a terra e le foto schifose,
squallide, da film. L’immagine di New York prendeva vita, il muro ondulava, le
sedie sembravano andargli incontro.
Si sorprese a barcollare per
un attimo. Aveva affogato nel vino le tristezze di una vita che spesso ti
sorprende e getta sul tavolo come dadi le tue responsabilità. Era pronto. Era
nato pronto, lo diceva spesso. Da quel giorno non sapeva più crederci. Non aveva
più stima. La presunzione gli era finita sotto i piedi e i suoi successi non
servivano più a niente.
Il suono del campanello da buon timer
aveva dato fine a quei tre minuti.
“Scendo subito.”
“Aspetto in machina.”
Affrontava le scale con la falsa
disinvoltura che si acquisisce con gli anni di servizio. Sentiva il freddo del
ferro dietro la schiena nonostante la camicia. Sfiorava gli scalini di marmo
volando tra gli alti e i bassi di una vita che ci rende tanto diversi ma tanto
uguali di fronte alla morte. Si trovò solo davanti al portone antico con il
mondo intero che lo aspettava dall’altra parte di quel legno. Tutti, compreso il
figlio, con le braccia conserte stavano aspettando il finale pronti a criticare.
Aprendo quel portone la brezza del mattino lo baciò carezzando i
suoi dubbi e le sue perplessità.
“Ci siamo… da questa parte”
Il brigadiere aveva la capacità di mettere a suo agio chiunque, forse
la migliore dote per un carabiniere. Non ci riuscì in quell’occasione, non per
colpa.
L’auto viaggiava tra le vie del centro silenziosa,
surreale. Altre due vetture seguivano attardate dal traffico, rumorose,
sgraziate.
La voce alla gamma 400 era quella del capitano.
“20 da India, 20?"
“La 20 in ascolto.”
“36 e 40 da
India, ricevete?”
“Avanti…comunicare!”
“Allora..
per tutti…ripeto, per tutti… mi raccomando… niente scene da West lì dentro.
Andiamo a colpo sicuro quindi evitiamo problemi. In bocca al lupo ragazzi!”
Si sorprese eccitato come un adolescente, ancora una volta
l’adrenalina lo accompagnava in quella che aveva scelto come professione, come
vita. Le strade presentano una nuova faccia viste attraverso il blu dei
lampeggianti, delle sirene. Il traffico si tagliava, le teste si voltavano, gli
scuri si aprivano incuriositi.
La pistola scivolò in
un attimo da sotto la giacca. Il brigadiere lo guardava premuroso ragionando sul
fatto che la fiducia conquistata in anni di servizio non poteva dissolversi in
un lampo.
Si sorprese di ghiaccio, scaltro, con la mano ferma.
Si sorprese con la sua Beretta calibro nove parabellum puntata
dritta dritta sulla fronte dell’assassino di suo figlio.
Il colpo partì
fulmineo rompendo il silenzio e lo stupore di un ufficio comunale. Il sangue
arrivò sulla parete lento, svogliato, sporcando la foto del Presidente della
Repubblica. L’assassino ormai vittima si piegò senza vita ai suoi piedi.
Notò che il sangue era dello stesso colore di sempre. Notò che il
sapore della vendetta è amaro più di quello del vino e che la vita è un lampo
fatto di lacrime e sorrisi.
Si sorprese con la canna della
pistola tra le labbra. Notò il sapore amaro del ferro mescolarsi a quello
dell’infelicità. Sentì il rumore duro dei denti sull’arma. Pensò all’iscrizione
marmorea sulla sua stessa tomba: 1945-2006: La resa dei
Conti.
Il colpo uscì veloce e pulito dal cranio
colpendo il neon a risparmio energetico dell’ufficio. In un lampo era tutto
finito. Risolto.
Correva nudo nel cielo tenendo per mano suo
figlio che finalmente lo aveva perdonato.
Si sorprese a
sorridere.